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Il rapporto dell’UE con la Turchia

Dopo il tentato golpe, la Turchia è sempre più al centro delle notizie, in particolare quando entrano in gioco i rapporti con l’Unione Europea.

I numeri della repressione in Turchia. Credits Amnesty International - Italia

I numeri della repressione in Turchia. Credits Amnesty International – Italia

“Dopo il sanguinoso tentativo di colpo di stato del 15 luglio, i diritti umani in Turchia sono in pericolo. La reazione delle autorità è stata sommaria e brutale e ha scatenato un giro di vite di dimensioni eccezionali proseguito con la proclamazione dello stato d’emergenza” dice Amnesty International – Italia, i detenuti a Istanbul e Ankara sono torturati, sottoposti a pestaggi e stupri. Oltre mille scuole private sono state chiuse, sono state forzate le dimissioni di 1.577 autorità accademiche e la sospensione di 15.200 docenti. Durante il golpe sono state uccise almeno 208 persone. In seguito, oltre 15.000 persone sono state arrestate.

La condanna dei cittadini europei e degli Enti è tempestiva. A questo punto, sorge una domanda che in molti si sono chiesti nelle ultime settimane:

Perché l’UE non prende le distanze da un paese che nega di fatto i diritti dei cittadini?

Recep Tayyip Erdoğan è l’attuale Presidente della Turchia. In seguito alla condanna per incitamento all’odio religioso fonda il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) nel 2001, di stampo più moderato rispetto ai passati partiti islamici turchi. Dopo aver riottenuto i diritti elettorali attivi e passivi, assume la carica di Primo Ministro del governo della Repubblica Turca nel 2004. La carica viene confermata con le successive elezioni. Nel 2014 Erdoğan vince le elezioni presidenziali dirette, che fino ad allora erano prerogativa del Parlamento. L’anno scorso, il 2015, vince nuovamente le elezioni nonostante gli scontri nelle piazze.

La politica pro-occidentale e laica degli ultimi decenni è sempre più lontana. L’ingresso della Turchia nell’UE, approvato in linea di principio nel 2004, è stato successivamente interrotto per l’ostilità di alcuni Stati, come la Francia e la Germania. La risposta a questo blocco è visibile più che mai in queste settimane di epurazioni: lo Stato turco diventa sempre più asiatico e islamico.

Combattente curda

Combattente curda

La Turchia a sud-est confina con la Siria. Quando la guerra è scoppiata nel 2011, si è ritrovata coinvolta fin da subito. Ha fornito appoggio ai gruppi estremisti che combattevano contro Assad, con lo scopo di sconfiggere Assad stesso e i Curdi. Per anni, i foreign fighters hanno potuto raggiungere la Siria passando per Istanbul al punto da far soprannominare la Turchia “autostrada del Jihad”.
Con la nascita del Califfato Islamico l’atteggiamento verso questi gruppi è lentamente cambiato, grazie anche alla pressione dei governi occidentali.

Oltre ad avere consolidati aspetti economici con l’Italia così come con l’UE, la Turchia è l’unico stato membro della NATO a confinare con i territori dell’ISIS. Per la sua posizione geografica decide della sorte di milioni di migranti in fuga dal medio oriente e dal nordafrica. Lo Stato rappresenta lo snodo negli scambi fra l’Asia centrale e il resto del mondo, e il probabile unico stabilizzatore del Mediterraneo orientale.

Questa posizione strategica permette a Erdoğan di giocare su più fronti, ottiene denaro per bloccare le frontiere – minacciando poi di non rispettare l’accordo – contratta per il transito dell’energia. Tutto questo mentre prosegue la sua politica di oppressione.

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