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#FertilityDay: banalizzare un dibattito costruttivo

Una cartolina della campagna #FertilityDay

Una cartolina della campagna #FertilityDay

Il #FertilityDay è una campagna promossa dal Ministero della Salute, previsto per il 22 Settembre.
Stando alle informazioni pubblicate sul sito, il programma è dedicato a:

  • il pericolo della denatalità nel nostro Paese
  • la bellezza della maternità e paternità
  • il rischio delle malattie che impediscono di diventare genitori
  • l’aiuto della Medicina per le donne e per gli uomini che non riescono ad avere bambini

In Italia per la prima volta viene istituita un’iniziativa del genere. E non sono mancate le critiche, anzi.

Nonostante siano passate settimane dalla diffusione dei comunicati stampa e dall’apertura della pagina Facebook, soltanto in questi giorni si ha avuto una più massiccia circolazione della campagna e dei suoi punti chiave. L’indignazione quasi unanime è scaturita in seguito alla diffusione delle cartoline condivisibili sui social. La ministra Beatrice Lorenzin ha risposto alle critiche affermando che “la campagna era sbagliata ma la finalità era buona”. Tutto ciò dimostra di non aver compreso che è la sostanza, non la forma, il vero problema.

“Piano nazionale per la fertilità”

Il #FertilityDay si rifà al documento chiamato “Piano nazionale per la fertilità”, di 137 pagine, e pubblicato nel Maggio 2015.
Fin dalla prima pagina si cita “[…] il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.”
Per quelle donne che non vogliono o non possono avere figli il prestigio in quanto persone non è concesso?

Continuando,

«Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili».

«La crescita del livello di istruzione per le donne ha avuto come effetto sia il ritardo nella formazione di nuovi nuclei familiari, sia un vero e proprio minore investimento psicologico».

«Le giovani donne devono sapere che la “finestra fertile” femminile è limitata…»

Come possono le donne essere colpevolizzate per il diritto all’istruzione e per la richiesta di pari dignità?
E in tutto questo gli uomini, i padri, dove sono?
Il modello sembra rifarsi al vecchio stampo degli anni ’30, la donna ha il ruolo riproduttivo e di cura mentre l’uomo si occupa di “portare il pane a casa”.

La campagna #FertilityDay poggia sulla comunicazione, o meglio sulla propaganda.

La qualità, come è già stato constatato, è pessima. Viene ripreso un filone politico ben preciso, quello delle scorciatoie e della colpevolizzazione dei cittadini. Le presunte colpe sono delle persone e non di chi governa.

#FertilityDay giovani

Una cartolina della campagna #FertilityDay

Così, nessuna soluzione reale viene proposta. Non viene menzionata la mancanza di welfare e di una riforma strutturale del sostegno alla genitorialità. Ricordiamo che, di fronte a tutto questo, l’Italia ha il tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti nell’UE.
Con queste premesse una campagna come quella della ministra Lorenzin, rivolta in particolare alle giovani coppie, assume toni arroganti e del tutto distaccati dalla realtà.

Non solo.
Il #FertilityDay omette delle coppie: quelle che non possono avere figli – perché non possono in modo naturale o perché omosessuali.
Se la denatalità è il tema centrale con le sue implicazioni socio-culturali ed economiche, perché non permettere anche a queste ultime di avere figli grazie all’adozione e alla procreazione assistita?

Il governo con questa campagna vuole “informare i cittadini sulla fertilità”, ma è contro l’educazione alla sessualità (responsabile) nelle scuole. Il complottismo sul gender è ben conosciuto.

La campagna poteva aprire un dibattito costruttivo sull’argomento.
Lo studio poteva essere basato su poche e semplici domande: Perché non si fanno più figli? Chi è che non fa figli?

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